Paolo Vandin, Armando «Verdiglione e il Movimento cifrematico», Spirali 2026

Trasformare il caso di qualità in caso penale e penitenziario non riesce. Non è riuscito con il mito di Cristo, non è riuscito con il mito di Giordano Bruno, non è riuscito con il mito di Kaspar Hauser. Coloro che la società imprigiona nella mitologia della caverna, i figli non ammessi, le “carogne” (Luder in tedesco e in latino Luridus era il giallastro colore dei cadaveri), sono assassinati nella loro innocenza. Eppure la lettura, l’analisi, l’elaborazione di ciascun caso non solo sfata l’impianto inquisitoriale, accusatorio: restituisce al mittente la calunnia, l’infamia, l’obbrobrio, il rogo, la cancellazione impossibile.

La provincia Italia tiene “ancora” in scacco l’attività intellettuale (la vita) di Armando Verdiglione, ovvero il nano danza sulla spalla del gigante. Dall’immenso archivio Armando Verdiglione, che non ha luogo per via del suo nomadismo, escono lucciole e fiori del tempo, che sfuggono all’illuminismo degli psicopompi e degli inquisitori. E i testimoni civili, che non accettano di prostrarsi all’Unico e alle sue fotocopie, scommettono e scrivono intorno alla realtà effettiva e effettuale: nessuna recita e nessuna replica, nessun calco e nessun ricalco. È il caso del libro di Paolo Vandin, Armando Verdiglione e il Movimento cifrematico, Spirali 2026.

In questo libro di Paolo Vandin, scrittore, redattore, cifrematico, scienziato della parola, si trova la testimonianza civile dell’esperienza planetaria di Armando Verdiglione e del Movimento cifrematico “dal 1973 al 2022 e oltre”, come indica il sottotitolo del frontespizio. È la saga e la leggenda della cifra della civiltà della vita, nella puntuazione lungo congressi, master, conferenze, forum, festival, riviste, libri.

Nella scrittura civile dell’esperienza planetaria della cifrematica, Paolo Vandin non offre nessun appiglio  agli attanti sociali, sia manifesti sia nascosti, sia epistemici sia ipostatici, che sul presunto cadavere del Luder ballano la loro stessa Totemtanz.

La narrazione va dal debutto di Armando Verdiglione il 5 febbraio 1973, con il Movimento, con il primo congresso: Psicanalisi e politica e con il secondo congresso: Follia e società segregativa, alla fase 2017-2018: Ancora la battaglia estrema. “E oltre”. Per ciascuno c’è il modo in cui fra la teorematica e l’assiomatica, la testimonianza si scrive. E nel libro c’è il modo dell’intendimento specifico e preciso di Paolo Vandin:

«Dalla questione Verdiglione come questione aperta, come modo del due al caso di qualità Armando Verdiglione: l’affaire Armando Verdiglione è l’affaire della parola nella sua particolarità e nella sua qualità, è l’affaire che rilascia il caso clinico. Un dispositivo irriducibile di qualità della vita. Lontano dalla via penale e penitenziaria,  della sistemazione. Contro questo, il partito di spirito, il partito della padronanza, il partito gerarchico e egemonico lancia l’allarme. Contro il pericolo immane scatena la caccia all’intellettualità, la persecuzione, l’odio di classe, l’intolleranza, il cannibalismo giudiziario e medicalista. Un immenso allarme, perché l’ordine sociale non si sostiene se non sull’omertà e sull’intesa senza cui non ci sono più i soggetti anelanti alla salvezza. La questione Verdiglione è la questione della parola nella sua aritmetica e nel suo valore. È la questione per cui la padronanza ideale si dilegua come un filo di fumo al vento del cosmo e della vita» (p. 12-13).

La storia di Armando Verdiglione e del Movimento cifrematico nella narrazione di Paolo Vandin è fuori dalla portata degli storici di professione e di confessione, che doppiano ogni caso sul proprio caso, sul proprio fantasma. La non accettazione del marchio della bestia, che l’Apocalisse di Giovanni propina a ogni uomo, si spinge nella non accettazione del «marchio di fabbrica, della fabbrica gestita dal partito di spirito attraverso i suoi attanti, i suoi psicopompi e i suoi inquisitori» (13).

Il partito di spirito non s’incarna in nessun rigo e in nessun lessema dell’analisi di Paolo Vandin: non è il partito del male contro il movimento del bene e del suo maestro, come nel maestro oceanico chiamato Osho. Non lo è in nessun caso e per questo ciascun caso è un caso di qualità, nella sua linguistica. E l’affinità linguistica non può spacciarsi come riproduzione economica della lingua dell’Altro nei panni dell’Unico. È questa l’accusa di ogni scissionista, di ogni desistente, di ogni arreso. La riduzione all’Unico è la riduzione a zero, che i decreti della volontà dell’Altro spacciano nell’oscenario del buco bianco e del buco nero. Curioso come l’affinità linguistica fra Guido Cavalcanti e Dante Alighieri non fa questione e apparentemente resti la polemica del dissidio politico, ovvero dei frutti della dicotomia del bene e del male, dai teomonismi al politeismo.

L’irrisione del sistema e della Grundsprache di ogni attante sociale nella testimonianza civile dell’esperienza intellettuale di Paolo Vandin non offre nessun appiglio per farne l’ennesimo canovaccio, l’ennesima fake news contro il contributo essenziale al pianeta civile instaurato da Armando Verdiglione e dal Movimento cifrematico.

Certo, il comatoso partito di spirito, fra surplace e paralisi, non si aspetta nulla dalla cifrematica? È la cifrematica che non si aspetta nulla dal partito di spirito. E prosegue nella sua analisi, nella sua elaborazione di ciascun dettaglio della vita, nella lettura delle testimonianze e dei testi, non solo “fondatori”.

Leggere il libro di Paolo Vandin, Armando Verdiglione e il Movimento cifrematico, Spirali 2026, è l’occasione  per avviare una esplorazione linguistica che richiede per ciascuno il caso proprio, l’avventura propria, l’intendimento proprio, richiede la danza delle lucciole e il volo degli aquiloni.

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