“Nella terra del mito” di Marina Torossi Tevini
Finora della scrittrice triestina Marina Torossi Tevini, con all'attivo tre libri di poesie - quello di esordio Donne senza volto del 1991 (ed. Svevo) - e nove libri di prosa, vincitrice di vari premi letterari – si poteva senz'altro affermare che si tratta di una scrittrice molto generosa, e poliedrica. Ma con la pubblicazione dell'ultimo romanzo Nella terra del mito (Campanotto, 2026), possiamo aggiungere gli aggettivi di coraggiosa, moderna, innovativa, letterariamente agile. Perché in questo libro l'autrice, con una maestria non comune, riesce a infrangere tutte le regole del romanzo classico, a legare generi letterari e registri narrativi diversi amalgamandoli nel racconto del destino tragico di una famiglia. Nel contempo tiene a bada le vicissitudini di un secolo, con salti tra gli inizi del Novecento e gli anni Duemila, arco temporale in cui colloca le vicende dei suoi personaggi, all'inizio apparentemente slegate ma che alla fine si intersecano. Un romanzo non semplice all'approccio, a partire dalla ripartizione non in capitoli ma in parti, ma che, una volta trovato il bandolo, si snoda senza intoppi come un meccanismo oliato fino all'epilogo. Molti i protagonisti, primo tra tutti un luogo, l'isola di Creta, con la sua civiltà straordinaria, i suoi reperti, l'affascinante corredo mitologico, il mare sereno e olimpico, gli interni assolati, luogo che Torossi Tevini è capace di descrivere (da grande viaggiatrice qual è) in modo farci riempire gli occhi dei colori del Mediterraneo. In questo scenario si svolge la storia di una singola famiglia, e ancora di una singola persona, come nell'incastro di bambole matrioska che, diventando più piccole, scoprono la verità più grande: la vita è fatta di nascita, morte, e quel dolore che è strettamente imparentato con la morte. Se poi si vanno ad analizzare i personaggi, che come abbiamo anticipato sono molti (e come legati tra loro, ci viene svelato solo alla fine del libro), ci si accorge mano a mano: conferiscono alla storia narrata un senso universale. Le storie procedono a coppie. Ci sono i coniugi Alexis e Anna che nel 2010 decidono di fare un viaggio a Creta per ritrovare le origini di lui; Margaret e Jim, fratelli gallesi che a inizio del XX secolo fanno un viaggio di formazione nel Mediterraneo perché lui è uno studioso dei miti e vuole scrivere sull'argomento un'opera poderosa; ci sono Ellen e Jane, rispettivamente archeologa e biografa di Van Gogh, amiche e forse amanti... un turbinio di destini che finiscono per incrociarsi, in una specifica parte del mondo. Alla fine si rivelano tutti personaggi infelici e tragici, ma Torossi Tevini suggerisce che la tragicità della vita non è legata alla fine all'area geografica: è il destino umano.
Un libro che si può leggere da varie angolature. Romanzo, anzitutto. Saggio, tentazione dell'autrice, nei passi in cui narra diffusamente i miti della civiltà minoica, riuscendo tuttavia a non interrompere il filo della narrazione. Ma anche un compendio dei temi ricorrenti nell'opera di Torossi Tevini: l'orrore della guerra e la deriva del Novecento – Markos, il capostipite della famiglia ritorna a Matala dopo avere conosciuto i campi di concentramento - la deriva del mondo Occidentale che distrugge terre e civiltà antichissime con un turismo dissennato e fagocitante; l'incomunicabilità generazionale - Anna ha una figlia con cui non riesce a comunicare perché ribelle e tentata dall'anoressia. Tematiche apparentemente lontanissime che questo libro ha il pregio di armonizzare in un insieme credibile. Se dovessimo dare una definizione (impossibile per un libro che è un unicum) diremmo che rispetto alla produzione dell'autrice è un libro totale. Ci sono vari generi di romanzo ma questo, fondendo elementi e tematiche e scritture eterogenee, non è ascrivibile a nessun genere noto, forse a un nuovo genere narrativo di cui si potrebbe considerare l'archetipo. Il senso finale del racconto è racchiuso nella domanda: che cos'è la vita vera? Domanda che ricorre più volte nel libro. La rivolge Alexis al nonno Markos nei loro incontri serali sotto l'olivo millenario che è il simbolo di Creta. Che cos'è la vita vera? Si chiede Jane. “La nascita, la morte e in mezzo qualche momento di emozione. Il dolore, e anche l'amore talvolta, perché in qualche modo imparentato con la morte”.
Scrive Torossi Tevini: “la vita è un viaggio, si dice. Talvolta anche a ritroso. Qual è il mio posto nel mondo? Oggi sono io che salpo, che lascio la riva. Il mare mi accoglie. Scivolo infine tra le sue onde”. Queste parole generano quesiti importanti, che stanno fra le righe. In conclusione, c'è il mare che accoglie in scivolo fra le onde. E come scivola, se il mondo è tutto in sofferenza, fra orrore e abominio? Possiamo chiedere di più a un libro che esplora temi profondi come l'assurdità della guerra, l'incomunicabilità tra generazioni e la ricerca delle proprie radici. Le diverse linee narrative convergono in un mosaico che interroga il lettore sul senso autentico della vita e della sofferenza umana. In sintesi, il paesaggio mediterraneo diventa lo scenario per un'indagine filosofica sul destino. Nella terra del mito non è una semplice narrazione ma un “romanzo totale” come abbiamo detto, che frantuma le regole per ricomporre il mosaico di un secolo ferito. Nulla Marina Torossi Tevini risparmia al lettore: lo scempio di Buchenwald, la società occidentale che divora le civiltà con l'invasione di massa e l'abisso della non comunicazione tra genitori e figli, dove il dolore si fa carne nell'anoressia. Come si può allora scivolare dolcemente fra le onde se il mondo è così “immondo”?
La risposta sta forse nel destino universale che l'autrice sottende a ogni vicenda.
Il destino universale regge i destini singoli? Ognuno di noi nasce con un destino assegnato? È per destino che Marina Torossi Tevini scrive quello che scrive? In questo scenario di macerie storiche e personali, il mare di Creta non è un'evasione ma un ritorno all'origine. È un mare sereno e olimpico che accoglie chi ha finito di lottare con il proprio tempo? Noi non lo crediamo. Lo “scivolare” finale non è una fuga ma l'ultimo atto di un viaggio a ritroso verso il mito: quando il peso del Novecento diventa insostenibile, l'individuo sembra dissolversi nell'universale destino che assolve tutti e nessuno. Ma è anche un atto di resistenza: è il rifiuto di abitare stabilmente nel marcio del mondo (dalla Danimarca di Shakespeare) per tornare a fondersi con il mito. Se il mondo fosse esclusivamente tragico, finiremmo per confermare quelle dottrine del potere che esigono la sofferenza perenne come strumento di controllo e sottomissione. Scegliendo la calma delle onde di Creta, il racconto rivendica una vita vera che non è solo imparentata con la morte ma è capace di bellezza e armonia. Si scivola perché di fronte all'eternità dell'olivo millenario di Creta e delle onde, il “guasto” del mondo diventa solo un battito di ciglia nel tragico e meraviglioso meccanismo della vita.