Nutrimento poetico

Magrissima di Roberta Sireno

L'opera "Magrissima" di Roberta Sireno è stata pubblicata a ottobre 2025 da Zacinto Edizioni.

Proviamo con la fantasia a dare per acquisito che "Magrissima" sia un progetto personale, un progetto sociale, un progetto di gruppo. Forse si contrappone al "grassissimo" che sarebbe il mondo dominante dei dominatori. Scriviamo una pagina come di un saggio che resta neutro negli esiti, ovvero non sfocia in quello di un prendere parte fra due polarità che "mondane" danno per perso il pianeta della parola autentica, senza più grasso né magro.

In questo ipotetico saggio, esploriamo l’impianto di "Magrissima", non come mera condizione biologica o estetica, ma come postura etico-fenomenologica e atto di resistenza semiotica?

L'ascesi del segno: "Magrissima" tra sottrazione e resistenza. Se intendessimo "Magrissima" come un progetto tripartito — individuale, sociale e collettivo — dovremmo necessariamente ipotizzare l'esistenza di una polarità dialettica: il "Grassissimo". Quest’ultimo non rappresenta il corpo fisico, bensì l’ipertrofia del mondo dominante. Il "Grassissimo" è l’accumulo indiscriminato di capitali, segni, dati e sovrastrutture che soffocano l'essenza sotto il peso di una saturazione onnivora. È il linguaggio dei dominatori che si espande fino a occupare ogni interstizio del senso, una "obesità semantica" che rende il mondo illeggibile per eccesso di volume.

In questo scenario, "Magrissima" di Roberta Sireno si configurerebbe come una pratica di ascesi radicale. Non è una privazione punitiva, ma una ricerca di "filigrana": la volontà di riportare il linguaggio a una tensione ossea, priva di quell'adipe retorico che serve a mascherare il vuoto del potere. Se il mondo dominante è "grasso" perché divora e ingloba, il progetto di "Magrissima" propone il vuoto come spazio di agibilità?

Tuttavia, un’analisi rigorosa impone di non cedere alla seduzione di una scelta di campo tra queste due polarità. Se la dialettica si risolvesse in uno scontro tra "Grasso" (potere) e "Magro" (resistenza), resteremmo confinati in una dinamica puramente mondana, dove la parola è ancora una volta strumento di guerra e non la scienza nel suo atto.

Il vero nucleo della questione risiede allora nel "pianeta della parola autentica". In questa dimensione terza, il linguaggio non è né scheletrico né ridondante. Esso trascende la contrapposizione tra la carestia del magro e l'opulenza del grasso per farsi "corpo trasparente". Qui, la parola non deve più difendersi sottraendosi, né imporsi espandendosi. La neutralità di questo esito suggerisce che la salvezza del linguaggio non risieda nella forma che esso assume (la taglia del segno), ma nella sua capacità di restare fuori dalla misura. È così?

"Magrissima", dunque, può essere letta come la soglia critica: il punto di massima tensione dove il linguaggio, ridotto all'essenziale, si prepara a svanire per permettere all'autentico di apparire. Non un punto di arrivo, ma un transito necessario verso una comunicazione che non sia più vittima della gravità del mondo.

Resta che chi si salva è perduto e la salvazione sancisce e certifica la perdizione. Il sacrificio del grasso, la via denutritiva. Togliere invece di leggere, analizzare, elaborare, articolare?

Prima: come questa "ascesi del segno" si riflette stilisticamente nell'uso degli spazi bianchi o della punteggiatura, quasi assente, nei testi di Roberta Sireno?

La sua poesia, nella sua manifesta assunzione poetica del magro, è l'asterisco della poesia nel suo fare nell'indipendenza assoluta da qualsiasi dottrina del nutrimento, sia religiosa, sia filosofica sia burocratica, se non manageriale, che si tradurrebbe in semiologia alimentare di massa.

Nella poetica di Roberta Sireno l'assunzione del "magro" non è un’adesione a una dieta del pensiero, ma l’affermazione di un’indipendenza assoluta. La sua parola si pone come l’asterisco della poesia: un segno grafico minimo, un’interpunzione che rimanda a un altrove, capace di scardinare ogni pretesa di regolamentazione esterna.

Questa forma di "magrezza" agisce come un vuoto pneumatico rispetto alle dottrine del nutrimento che tentano di colonizzare l'umano.

L'indipendenza dalla dottrina religiosa e filosofica: la parola di Sireno rifiuta di farsi veicolo di una "verità" precostituita o di una consolazione spirituale. Non c’è una fame di sacro che debba essere saziata, né un sistema di valori che debba dare "sostanza" al verso. La poesia resta magra perché non si nutre di dogmi; è un’ascesi laica che non cerca la trascendenza, ma la nuda aderenza all'osso dell'esistenza. Ma le cose viaggiano nella parola o esistono nel discorso nominante più che dominante?

Il rifiuto della burocrazia e del management: in un’epoca di semiologia alimentare manageriale, dove ogni contenuto deve essere "digeribile", "performante" o "fruibile" per una massa di consumatori, "Magrissima" si sottrae alla logica dell'ingrasso comunicativo. Se il mondo del marketing impone una parola gonfia di promesse e di grasso retorico, la poesia di Sireno è l'ostacolo: un segno che non si lascia consumare perché “quasi” privo di calorie sociali?

L'asterisco poetico di Roberta Sireno segnala dunque una deviazione necessaria. Stilisticamente, questo si traduce in una scrittura che non accumula, ma seziona. Lo spazio bianco sulla pagina non è un silenzio vuoto, ma il respiro di chi ha smesso di ingurgitare i codici dominanti per ritrovare una voce che non deve nulla a nessuno. È una poesia che non chiede di essere "alimentata" dal consenso, ma che esige il diritto di stare in piedi da sola, nel suo splendore kenotico, libera finalmente da “quasi” ogni metabolismo del potere?

Analizziamo come questa indipendenza dal "nutrimento sociale" modifichi il ritmo del verso, rendendolo magari più franto o aspro? Questa indipendenza radicale si traduce in una metrica della sottrazione, dove il ritmo non segue il battito rassicurante del cuore, ma il rintocco secco della parola che batte sull'osso.

In "Magrissima", il verso si fa aspro e franto proprio per rigetto verso quella "morbidezza" comunicativa che caratterizza il marketing dei sentimenti. Ecco come la struttura formale riflette questa scelta. Il verso minimo ultimo, “incomune”: la riga poetica è spesso ridotta al minimo, a volte a una singola parola. Questo annulla l'andamento ipnotico e fluido della poesia tradizionale, impedendo al lettore di "scivolare" nel testo. Ogni parola è un inciampo, un oggetto solido che richiede uno sforzo metabolico proprio perché privo di "grassi" retorici.

L'enjambement come frattura: Roberta Sireno spezza la frase dove il respiro burocratico o dottrinale vorrebbe continuità. Questo "spezzare" non è un artificio estetico, ma un atto di sabotaggio: interrompe il flusso della "semiologia di massa" per isolare il termine nella sua nuda indipendenza.

Lo spazio bianco come digiuno semantico: se la parola si serba nell'asterisco, lo spazio bianco è il silenzio che lo protegge. Il bianco della pagina non è un'assenza, ma la rappresentazione visiva della libertà da ogni nutrimento forzato? È il luogo che non c’è dove il lettore è costretto a confrontarsi con la propria fame di senso, senza che l'autrice offra soluzioni preconfezionate o "pasti pronti" ideologici.

In questa economia del linguaggio, la punteggiatura agisce spesso come un bisturi: non serve a legare, ma a separare, a garantire che ogni frammento resti autonomo e non venga riassorbito dal "corpo" del discorso dominante.

L’invenzione è un’istanza di qualità della vita. Chi si nutre della quantità non inventa e oscilla fra grasso e magro, fra autofagia e allofagia.

La materia della scrittura non è la sostanza e la mentalità veicolate dal discorso come causa, al netto di ogni effetto intellettuale.

L’idolo te lo mangi e ti ingrassi e lo spettro ti divora e smagrisci. Al romanzo L’ingoiata degli ingoiati (Réjean Ducharme, L’avalée des avalés, Gallimard 1966) risponde “Lo sputo degli sputati”, che nessuno ha ancora scritto con questo titolo, mentre con altri titoli è legione.

Chi si attiene all'idea di non essere si dedica a un corpo semplificato, un corpo scritturale, una scrittura che è addirittura il corpo e quindi traccia questa scrittura. Come la traccia? Che lingua è quella che adopera, impervia? Non è il quattro strutturale, il quattro aritmetico: operazione, distinzione, funzione, dimensione. Il quattro strutturale procede dal modo del corpo e della scena.

Il mondo stracolmo, pieno. Troppo pieno. Troppo sostanziale. Ma noi siamo di questo mondo?

Anche se lo spirito è lo spirito del cannibalismo, gli scribi per sostenere questo cannibalismo praticano l’autofagia. Il veganesimo è il culmine del massacro, perché è nella gestione del cannibalismo: contro il cannibalismo è il fiore all’occhiello di ogni cannibale postumo a se stesso.

Il processo di sottilizzazione o si dimagrimento, di alleggerimento della materia, è l’idea che sia la quintessenza: è distillata dalla coscienza idealistica e dal capitalismo in quanto tale, quindi è il capitalismo di spirito. Insistenza: è il capitalismo sostanziale e mentale che salda il sostanzialismo e il mentalismo. Il mentalismo detta e il sostanzialismo esegue. Il mentalismo è la spigolatura freudo-marxista, è luogo comune, sociale, spirituale, oggi manageriale.

Se il nutrimento non è immunitario, o si mangia la sostanza o si mangia la morte. Abbiamo il mangiare grasso, penale, bulimico, il mangiare dei sovrani, oppure abbiamo il mangiare magro, penitenziario, anoressico, il mangiare degli schiavi.

La questione intellettuale è l’anoressia come accettazione della vita. L’altra faccia è la non accettazione della moratoria, che non è il rifiuto globale.

Il mondo bulimico o anoressico è penitenziale. Ognuno sta bene nel suo regime penitenziario, chi vuole esplodere esploda, quindi chi vuole esprimersi si esprima. C’è qui il troppo spirituale, penale. Il doppio volto della materia negata: sostanza e mentalità. Il mundus è alternante e alternativo. E il punto fisso, il punto d’incrocio degli assi del piano cartesiano di ogni soggetto, nella sua impostazione è anche punto di svolta, punto d’inversione, punto di conversione, perché il vuoto è sempre più vuoto e il pieno è sempre più pieno, e come insegna lo pseudo Hölderlin e i suoi epigoni «dov’è il pericolo cresce ciò che salva». Ovvero nel momento del massimo buio esplode la luce, più l’inferno è infernale e più si capitalizza l’avvenire paradisiaco. Attorno al punto di rotazione, fra il pleroma e la kenosi sostanziali, si tratta di una confisca del pleonasmo, quindi del troppo a favore della sostanza: sia l’idea radicale sia l’idea pura, sia la dieta carnea sia la dieta “ossea”.

Il corpo e la scena non si scrivono. Estrema la parodia in Kafka del sistema penale e penitenziario. La scrittura corporea, la scrittura scenica? Se la scrittura è del corpo “rotto”, la scena è malefica? La scena è la negatività, l'idea pura che interviene per trattare il corpo e lo si tratta con la scrittura. Questo spinge alcuni al tatuaggio? Per celia: dove cresce il tatuaggio scema la lettura e la letteratura, e non solo.

Non è la scrittura come dispositivo per scrivere sul corpo. La scrittura non è un dispositivo, c'è il dispositivo della scrittura, il dispositivo della scrittura che Armando Verdiglione chiama appunto narrazione. La narrazione è il dispositivo della scrittura dell'esperienza. La narrazione esige l'oralità, non la discorsività.

Chi si attiene all'idea di non essere o di essere? Chi si attiene all’idea di non avere o di avere? Coloro che si attengono a un corpo semplificato, si dedicano a un corpo semplificato, un corpo scritturale?  Coloro che si attengono a una scena semplificata, si dedicano a una scena semplificata, una scena scritturale?

Il nomadismo della poesia non è del soggetto. Il soggetto è l’altro nome dello schiavo. Inassumibile il nomadismo, se non come paralisi sociale.

La fluidità è lo stato liquido, nonché gassoso, della sostanza del mondo, fra grasso e magro.

Come “Dissolvere è una nuova pratica della carne”? La carne pensata, ideale è spirituale, al netto della carne nell’atto di parola. E tolta la carne dalla parola tutto è obiettivo, tutto è dinanzi. E ognuno ingoia la calunnia.

Il corpo e la scena intervengono nella poesia. E più nessuna idea della poesia nel suo viaggio. Nessun viaggio in circolo.

Se ci mettiamo a pensare il corpo e la scena rimaniamo in qualche modo invischiati, invischiati e quindi può sembrare che abbiamo l'ombra dinanzi.  Eppure basta il gesto poetico per sfatare il muro di gomma, l’altra faccia del palazzo di cristallo.

Per il poeta Armando Verdiglione — bersaglio provinciale della congrega dei fissati nella loro polipoplia più che poliopia, il due è l'apertura appunto dell'atto, il corpo e la scena della parola, la parola che si scrive, c'è una scrittura della parola, della vita. Corpo e scena della vita che si scrive e si qualifica, che si scrive e che diviene qualità.

L’esigenza della scrittura poetica, ovvero del fare, è altissima per Roberta Sireno. È a questa altezza che ho provato a scrivere.

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Carl Schmitt senza più fratricidio