Il fiume carsico della psichiatria e il progetto di vita della cifrematica
Dall’Ottocento al Novecento
La storia “ufficiale” della psichiatria, per quanto riguarda gli ultimi due secoli, l’Ottocento e il Novecento, ci ricorda, sia dalle aule universitarie sia dalla vulgata medica, che la stessa è stata contrassegnata essenzialmente da tre periodi. Il primo dalla persistente espansione dell’istituzione manicomiale, attraverso due successive fasi: la prima cronologicamente è stata caratterizzata da una certa liberalizzazione dei vincoli restrittivi fisici e ambientali e dalla sperimentazione di nuove forme di affiancamento, non più solamente di costrizione, di chi si veniva a trovare in una condizione istituzionale di manicomializzazione. Grazie all’opera, organizzativa e teorica, di Pinel in Francia, di Chiarugi in Italia, di Tuke in Inghilterra, i luoghi fisici subirono una trasformazione in direzione di un’apertura controllata degli edifici, di un’attenzione, fino ad allora sconosciuta, per la salubrità degli ambienti interni ed esterni, spesso con nuove dislocazioni degli edifici, e soprattutto con un nuovo orizzonte operativo. Tutti coloro che si trovavano in una condizione di manicomializzazione andava comunque avviato a un nuovo ingresso nella società di allora, soprattutto attraverso il lavoro, per cui ai luoghi fisici di degenza si affiancarono laboratori artigianali, officine, soprattutto iniziative legate alle attività agricole e di allevamento, allora particolarmente “sentite”. In quel periodo, infatti, l’Europa era ancora caratterizzata dalla prevalenza economica di tali attività relativamente semplici da affrontare, ancora lontane dalla complessità e dalla violenza totalizzanti della successiva seconda rivoluzione industriale. In tempi più vicini a noi i risultati di tali sperimentazioni sono tuttora oggetto di attenzione e di tentativi d’imitazione, ma con risultati mai più raggiunti. Pinel, Chiarugi, Tuke, e i non pochi seguaci dei loro metodi in Europa, commisero tuttavia due errori, che fanno sentire i loro effetti ancora oggi. Nel loro tentativo di migliorare l’organizzazione istituzionale anche per l’aspetto medico, disposero gli edifici del perimetro manicomiale in modo tale da distinguerli secondo le “patologie” allora riconosciute, che però, in tal modo, si trovarono ad essere “fissate” come punto di partenza per qualsiasi intervento futuro. Il secondo fu quello di non avere considerato a sufficienza la portata della pressione culturale, economica, sociale, ambientale nel determinare situazioni di disagio, anche estremo, e del conseguente, sempre più difficile, “reinserimento” di chi, suo malgrado, si trovava a “inciampare” nell’istituzione psichiatrica. Il disagio doveva essere seguito prioritariamente dall’ambito medico.
La grande reclusione
La grande reclusione manicomiale nel mondo occidentale avvenne allora, con l’accentuazione della nozione di “malattia” nella determinazione del “disagio” e con la moltiplicazione delle cosiddette “categorie nosologiche”, a partire anche dalle dichiarazioni di psichiatri come Kraepelin, Griesinger, Lombroso e di molti altri in Europa. Sfortunatamente per i posteri costoro ebbero un’attività scritturale molto intensa, e il loro storytelling convinse anche gli ambienti politici, industriali, molto spesso anche quelli culturali dell’epoca dell’”irrecuperabilità”, spesso anche della “pericolosità sociale” di chi veniva giudicato affetto da “malattia mentale”. Sorse allora anche la micidiale distinzione tra “psicosi”, incurabile, irrecuperabile, e “nevrosi”, per le quali potevano essere ipotizzati alcuni interventi “salvifici”. E con una grande, ulteriore, distinzione tra chi veniva giudicato, su base puramente comportamentale e di efficienza lavorativa e sociale, “normale” e chi no, con l’attribuzione di stigmi allora considerati irreversibili, come ben descritto da Goffman.
L’alienazione
E di uno particolarmente grave: l’”alienazione”, che accentuava l’attribuzione d’incurabilità. L’”alienato” era, appunto, un ”alieno” rispetto alla società, ai tempi, alla capacità produttività, infine anche alla nozione di “umanità”. L’”alienato”, dagli ultimi anni dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento venne considerato un “sub-umano”, non degno di detenere diritti politici, civili, giuridici, patrimoniali e nemmeno familiari. La dilatazione della “bolla” psichiatrica cominciò a far sì che nel fenomeno dell’alienazione fossero coinvolte sempre nuove categorie sociali, non più solamente quelle descritte da Foucalt nella sua Storia della follia nell’età classica: poveri, derelitti, abbandonati sociali, “vagabondi”, prostitute. Ora potevano essere anche appartenenti alle classi sociali e professionali più elevate. Un caso storicamente e letterariamente molto noto ed emblematico in tal senso è quello del giurista Daniel Paul Schreber. Di famiglia tedesca altolocata e benestante, figlio di un famoso medico e pedagogista del tempo, presidente della Corte di Appello di Dresda, subì due internamenti estremante duri, senza sconti, del cui tragitto diede testimonianza nel suo libro Memorie di un malato di nervi. Oltre ai due noti psichiatri che si occuparono del suo “caso” e del suo “trattamento”, Flechsig e Weber, partendo dall’analisi del suo libro e dalle cronache sulla sua vicenda, se ne occuparono, pur se a distanza, anche di tempo, Freud, Jung, Niederland, Canetti, de Certeau, Lacan, Deleuze, ciascuno con una propria lettura, ma senza mai riuscire ad abbandonare del tutto il pre-giudizio, se non la diagnosi, che si trattasse di un caso di psicosi, dunque certificando in fondo l’esistenza di questa. Hanno rotto questa “tradizione” due importanti psicanalisti contemporanei: Morton Schatzman, che ha messo in risalto il ruolo della famiglia e dell’educazione nel suo celebre La famiglia che uccide, e Armando Verdiglione, che ha rilevato ben altri elementi, lontanissimi dal tracciato psichiatrico, a partire dalla lettura del testo di Schreber, stabilendone piuttosto elementi di valorizzazione del suo scritto e dello stesso Schreber in un mirabile libro in uscita in questi giorni, Schreber, appunto. Il cosiddetto “caso Schreber” è comunque emblematico su vari fronti. Il giudizio psichiatrico, con lui, è stato applicato nelle sue premesse e nei suoi effetti più problematici a un uomo dell’alta borghesia professionale – con le donne avveniva da tempo, leggasi Charcot – e di ampi poteri per la sua posizione di giudice in un territorio fortemente gerarchizzato come la Germania prussiana. La prassi e il giudizio psichiatrico stavano dunque ormai toccando ciascuno, indipendentemente dalle condizioni culturali, sociali, economiche. Altro aspetto riguarda la psicanalisi, al passaggio tra Ottocento e Novecento.
La rivoluzione condizionata della psicanalisi
La storia della psichiatria indica l’affermazione, si può dire l’irruzione della psicanalisi come inizio della seconda fase, “dominata” dalla stessa, secondo l’assunto storiografico, fino agli anni Sessanta del Ventesimo secolo e comunque in auge tuttora. Questa attribuzione appare oggi discutibile, in quanto la psicanalisi si è sempre occupata “dall’esterno” della situazione psichiatrica, fornendo elementi clinici di portata sì “rivoluzionaria”, tuttavia nel tempo ricondotti dalla psichiatria, anche fraintendendoli, nell’ambito nosografico a lei abituale. Merito di molte intuizioni della psicanalisi è stato piuttosto quello di avere circoscritto il cosiddetto “campo d’azione” della psichiatria, riaffermando la distinzione tra “psicosi” e “nevrosi”, ma attribuendo a sé le competenze di ricerca e di “cura” di queste ultime. La bolla di espansione del pensiero psichiatrico con la psicanalisi si trovò così circoscritta e ridotta, ma al suo interno la situazione, soprattutto quella manicomiale, si fece ancora più dura e difficile.
La Legge degli Stati nel rafforzamento dell’istituzione manicomiale
Gli anni tra l’inizio del Ventesimo secolo e la seconda guerra mondiale conobbero alcune delle leggi più restrittive riguardo alla diade malattia mentale-psicosi, combinandosi in molti paesi con teorie genetistiche il più delle volte ingiustificabili anche scientisticamente ma sostenute spesso da ideologie politiche basate sull’idea di “razza” e sulla necessità del mantenimento della sua “purezza”, anche attraverso la guerra e lo sterminio dei “non puri”. In Italia fu deliberata la “famigerata” Legge 36 del 12 febbraio 1904, a nome nientemeno che di Giovanni Giolitti, tanto studiato a scuola, intitolata “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati”, che recitava: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo o non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi. Sono compresi sotto questa denominazione, agli effetti della presente legge, tutti quegli istituti, comunque denominati, nei quali vengono ricoverati alienati di qualunque genere.” Ora incombeva nei vari paesi europei una nuova esigenza: non più solamente cittadini di “sana e robusta costituzione” ed “emotivamente equilibrati” come richiesto dalle industrie, ma anche cittadini con le stesse caratteristiche richieste dagli apparati bellici per le sempre più probabili guerre.
L’istituzione manicomiale al servizio dell’ideologia
Secondo questa legge vennero condotti in manicomio anche sovversivi, soprattutto anarchici, o chi si ribellava alla leva obbligatoria, ma anche donne che avevano mostrato ribellione al marito. Durante la Grande Guerra finirono in manicomio anche molti militari inviati al fronte, segnati dagli orrori a cui avevano assistito nella guerra di trincea. Sotto il fascismo il manicomio diventò anche il luogo di una silenziosa repressione politica e sociale: dal 1926 al 1941 gli internati nelle strutture manicomiali passarono da 60.000 a 96.000. È stato calcolato che circa 500 antifascisti dichiarati furono chiusi in manicomio, e 120 di loro morirono in segregazione. In questo periodo quasi ciascun paese europeo promulgò leggi manicomiali restrittive, compresi i paesi del Nord che pure in altri ambiti sperimentavano costituzioni democratiche avanzate. Le vicende più gravi si verificarono laddove gl’indirizzi ideologici e politici si saldarono con le teorie psichiatriche genetistiche radicali, come nella Germania nazista e nei paesi dell’Est da lei controllati. Un coraggioso psichiatra tedesco, presidente dell’Associazione Psichiatrica della Germania Federale, Uwe Peters, anni fa, attraverso conferenze, articoli, almeno un libro, portò a conoscenza un episodio tenuto nascosto per molti anni, forse per ragioni di Guerra Fredda. Consolidatosi il regime nazista, antecedentemente alla seconda guerra mondiale, il primo caso di genocidio perpetrato da questo, in nome della “purezza della razza”, avvenne nei confronti di internati nei manicomi, di portatori di “difetti genetici” ritenuti “irrecuperabili”, e di figli meticci di vittime di stupri di guerra da parte di militari alleati di colore: i numeri non sono certi, anche se taluni ipotizzano quello di duecentomila. Dopo la fine del conflitto, diffusasi la conoscenza dei campi di sterminio e dell’enormità del loro operato, poi anche quella dei gulag sovietici, fu una serie di considerazioni civili, poi politiche, poi in parte anche medico psicologiche, ad avvertire punti di assonanza di quelle tragiche istituzioni concentrazionarie con le realtà manicomiali ancora estremamente restrittive e costrittive in auge in Europa e negli Stati Uniti, e a invocarne una riforma.
Il terzo periodo, o della battaglia per l’abolizione dei manicomi
Cominciò la battaglia contro l’istituzione manicomiale, talvolta svincolata, anche se mai oppositiva, rispetto a quella antipsichiatrica, comunque con un proprio percorso specifico. Sicuramente, com’è noto, una volta tanto l’Italia arrivò per prima alla meta dell’abolizione dei manicomi e della loro dissoluzione fisica, grazie al lavoro di Franco Basaglia e di alcuni suoi collaboratori, come la moglie Franca Ongaro, Antonio Slavich, Lucio Schittar, Giorgio Antonucci, Agostino Pirella, Giovanni Jervis, Letizia Comba, Maria Pia Bombonato, Leopoldo Tesi, Edelweiss Cotti, cui si aggiunsero Franco Rotelli, Giuseppe Dell’Acqua, Giovanna Del Giudice. Ciascuno di questi, psichiatri essi stessi, aveva una formazione fenomenologica esistenzialisti, e alcuni di loro anche psicanalitica: freudiana, junghiana o della scuola italiana di Assaggioli. La serie di riforme prospettate da Basaglia ispirò in gran parte la Legge 180, poi inserita nella più ampia legge sanitaria 833, pur non comprendendola tutta. La Legge 180 è ricordata impropriamente come Legge Basaglia, in quanto fu una legge comunque parlamentare, ispirata dall’esperienza e dagli scritti di Franco Basaglia, in particolare dal libro L’istituzione negata, ma non dettata da lui. Anzi in tale legge permasero alcuni passi poco interessanti criticati dallo stesso Basaglia, che in parte hanno contribuito a portare allo sviluppo delle problematiche attuali.
Il terzo periodo, o delle battaglie antipsichiatriche
Il primo decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fu estremamente importante, sia sul fronte delle battaglie per il superamento dei manicomi, come abbiamo visto, sia sul fronte di quelle più propriamente antipsichiatriche, laddove hanno cominciato a essere messi in discussione, oltre alle prassi, anche la scientificità e gli stessi presupposti epistemologici della psichiatria. Nomi come quelli di Roland Laing, Morton Schatzman, David Cooper, Peter Breggin, Thomas Szasz e i loro numerosi scritti sono entrati nell’epica di tali battaglie, insieme a quelli di alcuni protagonisti anche delle battaglie per il superamento dei manicomi, come Giorgio Antonucci, Edelweiss Cotti, Letizia Comba, lo stesso Franco Basaglia e, oggi, Piero Cipriano, Luca Negrogno, Benedetto Saraceno, oltre ai giuristi Giovanna Del Giudice, Giuseppe Dell’Acqua e altri. Occorre sempre ricordare tra queste anche le battaglie di Armando Verdiglione e della cifrematica, basate su due capisaldi: l’organizzazione di grandi congressi sul tema, come La Follia e Follia e società segregativa, e l’ampia pubblicistica specifica attuata con la casa editrice Spirali.
Il terzo periodo, o dello psicofarmaco diffuso
In quello che la storia della psichiatria “ufficiale”, cioè accademica e delle scuole di specializzazione in psichiatria, definiscono “terzo periodo”, non c’è, ovviamente, traccia delle cosiddette “battaglie antipsichiatriche”, vengono messe in rilievo le “battaglie antimanicomiali”, con l’abolizione dei manicomi, soprattutto in Italia, o con la loro “umanizzazione” e controllo dei metodi coercitivi, come in altri paesi del pianeta, ma facendole passare come conquiste ottenute “all’interno della psichiatria” e sorte da essa. In effetti, furono attuate prevalentemente da psichiatri, ma, non viene detto, in opposizione all’ideologia psichiatrica tradizionale consolidata nei secoli e in contrasto con essa. Il terzo periodo, secondo la narrazione accademica, sarebbe contrassegnato da una “grande” novità, lo “psicofarmaco diffuso”. Dal termine della Seconda Guerra Mondiale, nuove molecole, quindi nuovi farmaci, sono entrati nella farmacopea d’attacco di ordine psichiatrico, in un susseguirsi di “novità” che non ha ancora trovato un termine, a partire, in ciascun caso, da quei paesi dove più forte è l’industria farmaceutica: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Svizzera, Francia. È di questi giorni la notizia che la statunitense Eli-Lilly, produttrice tra gli altri del farmaco “antidepressivo” Prozac, ha superato i mille miliardi di capitalizzazione di mercato, prima azienda di Big Pharma ad affiancarsi in questo ai “colossi” delle tecnologie informatiche e digitali. Ma tutte le aziende produttrici di psicofarmaci vedono aumentare i propri introiti e le proprie quote di capitalizzazione, in un mercato in continua espansione. A partire dalle benzodiazepine, definiti anche “ansiolitici”, la cui scoperta e produzione fu salutata dalla “comunità psichiatrica” con lo stesso entusiasmo con cui i medici internisti avevano salutato l’arrivo degli antibiotici, oggi i “professionisti della psiche”, sempre più spesso definiti così, hanno a disposizione altre tre classi di farmaci: i “neurolettici”, con molecole sempre nuove, a partire dalla clorpromazina per arrivare all’aloperidolo, poi al risperidone, quindi all’olanzapina, l’altra grande scoperta dell’Eli-Lilly, e ad ulteriori farmaci che stanno per entrare nel mercato, naturalmente con nomi differenti secondo le case farmaceutiche che li producono. Poi c’è la classe dei cosiddetti “antidepressivi”: l’iproniazide, l’imipramina, la fluoxetina, la molecola base del Prozac. Poi c’è la classe dei cosiddetti “stabilizzatori dell’umore”. Ciascuna di queste molecole causa effetti collaterali piuttosto consistenti, ammessi dalle stesse aziende farmaceutiche, anche se la ricerca oggi mira soprattutto a farmaci che li diminuiscano. Ma le questioni aperte dalla prescrizione e dall’uso sempre più diffuso – in certi casi occorre parlare di “abuso” – di questi farmaci sono anche altre. Innanzi tutto, la dipendenza che questi provocano, ammessa molto più sommessamente dalle case farmaceutiche. Poi la valutazione che ne fanno gli psichiatri più giovani, a seguito anche di “suggerimenti” provenienti dall’area accademica: il progressivo depotenziamento, o addirittura l’abolizione, dell’istituzione manicomiale sono avvenuti, e la prosecuzione del suo accantonamento è possibile, grazie all’introduzione degli psicofarmaci, che da molti giovani professionisti, con notevole paradosso, vengono considerati altrettanti presidi “libertari”, in quanto hanno contribuito a rendere obsolete e inutili le vecchie strutture manicomiali, anche riguardo al contenimento dei cosiddetti “comportamenti devianti”. Cosa che altri psichiatri, o giovanissimi o appartenenti alla generazione di coloro che hanno contribuito alla chiusura dei vecchi manicomi, contestano.
Il quarto periodo, o del “manicomio chimico diffuso”
Una cosa è certa. Riguardo ai “contenimenti”, l’aspetto murario è molto meno decisivo dei secoli precedenti, ma non abolito. Resiste nei cosiddetti Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), reparti non isolati come i manicomi di un tempo ma inseriti in ospedali generali, in cui viene “ricoverato” chi è ritenuto passibile di cure psichiatriche particolarmente intense, il più delle volte a seguito di Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) comminati in seguito a crisi comportamentali antisociali o come prevenzione di possibili atti autolesionistici. In questi reparti vi è anche il ritorno di strumenti classici dei vecchi manicomi: le porte chiuse e le cinghie per legare le persone ai letti duranti crisi comportali intense. A farla da padroni, in questi casi, sono tuttavia sempre gli psicofarmaci, a dosi particolarmente elevate. Ma l’uso e l’abuso di questi sono “di casa” in molte altre istituzioni: carceri, REA per dimessi da Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), RSA per anziani, reparti di Lungodegenza di Ospedali Generali e case di cura private. Ma anche in strutture psichiatriche considerate più “soft”, come i Centri di Salute Mentale e i SERT, dove viene somministrata la cosiddetta “droga di Stato”, essenzialmente il metadone. E, soprattutto per quanto riguarda le benzodiazepine, vi sono sempre le prescrizioni dei medici di Medicina Generale, che hanno sostituito quelli che venivano chiamati Medici di Famiglia, quindi Medici di Base. Vi è poi il delicatissimo sviluppo degli psicofarmaci dati ai bambini, per molti decenni esclusi da tale somministrazione. Farmaci riproposti come il Ritalin e i suoi succedanei per fome sindromiche riscoperte in termini di “malattia”, come l’ADHD. Molto pertinente, quindi, la definizione sulla situazione della persistente istituzione psichiatrica attuale data da Piero Cipriano nel suo libro La salute mentale è politica: si tratta di una sorta di “manicomio chimico diffuso” che va sempre più diffondendosi e consolidandosi.
IL DSM e altri strumenti
Tale panorama presume comunque altri strumenti, che solamente la psichiatria poteva dare. Riprendendo la solerzia nosologica di fine Ottocento, il novero delle “malattie mentali”, a cui naturalmente dedicare psicofarmaci “mirati” e provvedimenti istituzionali, è ancora aumentato, e tale novero è riportato e esplicitato nel manuale DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). L’aggiornamento periodico di tale manuale avviene da parte di professionisti e ricercatori del Nord America, ma applicato ai protocolli di quasi tutto il pianeta. E a un altro strumento, riguardante appunto i bambini: l’istituzione di registri per la segnalazione diretta (come nel caso dell’ADHD) o di possibile coinvolgimento in situazioni di presunta patologia (come nel caso dei cosiddetti bambini DAS o BES).
Le nuove forme di controllo e la cosiddetta “manicomialità degli acronimi”
Nello stesso ambito della psichiatria, soprattutto in alcuni ambienti di specializzandi in Italia, si parla sempre più apertamente di “nuova manicomialità”, o “manicomialità degli acronimi”, facendo riferimento ai dispositivi ASL “territoriali” come CIM, CSM, SPDC, SERT, REA, che si stanno rivelando, “sub specie cura”, purtroppo, “controllori” attentissimi dei cosiddetti ”comportamenti devianti” sul territorio, avendo ormai il monopolio dell’uso dei cosiddetti psicofarmaci di prima fascia, degli ASO (i cosiddetti Accertamenti Sanitari Obbligatori, per verificare l’effettiva assunzione dei farmaci prescritti) e lasciando sempre agli SPDC l’uso e l’abuso dei TSO (i Trattamenti Sanitari Obbligatori). Nonostante le perplessità, e gli allarmi, provenienti dagli stessi operatori di questi luoghi, ciascuno di questi dispositivi viene ritenuto dalla maggior parte dei cittadini un luogo di cura effettivo, a cui affidare magari un proprio caro, volontariamente o attraverso TSO. Gli stessi media, o alcuni di essi, intervengono a volte con inchieste, ma solitamente in presenza di accadimenti eclatanti, come morti. Luoghi che ora, attraverso le risultanze dei DSM, come detto, hanno a disposizione molte più categorie nosologiche, circa il quintuplo, da potere affibbiare a “pazienti”, rispetto a decenni scorsi. In questi anni, poi, è iniziato un fenomeno a mio parere altrettanto grave: la psichiatrizzazione sempre più accentuata dei bambini, da sempre tenuti dalla stessa psichiatria lontani da qualsiasi coinvolgimento nel suo ambito, essendo ritenuti in una cosiddetta “fase di crescita”, esente quindi clinicamente dal cosiddetto “rischio psichiatrico consolidato”, che presume un’età adulta. Anche qui troviamo acronimi che definiscono nuove patologie, di ordine anche psichiatrico, applicate ai bambini, come ADHD, DSA, BES e altre, tra le quali l’allargamento del cosiddetto “spettro autistico” a minori, con l’inscrizione di questi in registri da cui rischiano di non scomparire mai.
La riemersione costante delle pratiche psichiatriche
Gli storici, soprattutto quelli francesi, ammettono che la pratica psichiatrica è come un fiume carsico, che a volte sembra immergersi, farsi da parte nella struttura di una società, ma poi riemerge sempre, magari con forme differenti, ma con immutato mandato da parte della società in cui si trova inserita: quello di esercitare forme di controllo e di contenimento comportamentale dei cittadini, almeno per chi deroga da tali controllo o autocontrollo. La salute mentale, è stata descritta nel dopoguerra dall’Organizzazione Mondiale della Sanità non solo come assenza di “malattia”, ma anche come stato generale di benessere psicofisico. Occorrerebbe vedere se le pratiche psichiatriche, anche quelle odierne, concorrono o meno all’instaurazione di questo benessere, o piuttosto spesso lo inficiano. Non ci sono più le condizioni terribili di mancanza d’igiene, di abbrutimento e di abbandono dei primi secoli, né la tirannia del pregiudizio e dell’autoritarismo psichiatrico della seconda metà dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Non c’è più nemmeno la realtà manicomiale quale universo concentrazionario, come descritta da Foucault in Storia della follia nell’età classica e in Sorvegliare e punire, in quanto oggi, come abbiamo visto, ci troviamo di fronte a realtà rette dalla psichiatria non in esclusione, ma pienamente inserite nella società e nell’apparato sanitario. È quella che appunto alcuni, con iperbole linguistica, chiamano “realtà manicomiale diffusa”. Con un ulteriore apporto: la nozione di “salute mentale” si discosta nettamente da quella di “salute” definita dall’OMS, in quanto esiste ancora proprio come “assenza di malattia” (mentale, logicamente). Solo che il numero di ipotizzate “malattie mentali” aumenta costantemente, non solo in termini nosologici, ma anche per le infinite sfumature, a partire dal “disagio”, che le pratiche psicologiche e parte di quelle psicanalitiche aggiungono costantemente.
Oggi la stessa ISTAT ha calcolato che in Italia esistono sedici milioni di persone che soffrirebbero di cosiddetti “disturbi psicologici”, con un incremento medio del 6 per cento annuo, e che al loro interno comprendono anche coloro che vengono seguiti da servizi psichiatrici. Questi, nelle varie età, oggi sono 846 mila, più 132 mila seguiti per disintossicazione da sostanze. Compresi anche circa due milioni che, negli ultimi cinque anni, hanno avuto diagnosi psichiatriche. Numeri incommensurabili, per eccesso, rispetto ai periodi della “grande reclusione” e a quelli della “grande contenzione”. Come mai, dopo decenni di approfondimenti culturali e politici, dopo avanzamenti specifici della clinica e della stessa farmacologia, ci troviamo dinanzi a questi numeri? Cosa è stato saltato, nella pratica psichiatrica, ma anche nell’analisi e nella clinica?
Il contributo della cifrematica
Forse la parola e il suo messaggio. Forse la voce. Forse l’ascolto. Recentemente, sull’argomento, Armando Verdiglione ha affermato quanto segue. “La questione essenziale è la questione linguistica. È la questione della parola, da cui procede la questione linguistica. E tante cose che appaiono, emergono, irrompono, incombono come contrarietà sono l’esigenza linguistica di scrittura dell’esperienza. L’esigenza, la prova e, accanto, gl’indizi, gl’indici, i segnali, gli asterischi, le sentinelle, costituiscono la questione linguistica. È una questione linguistica che tutto ciò non sia scarto. Ci sono questioni rispetto ai bambini? Se arriva subito la tassonomia, questi bambini sono già scarti. Invece, no! Le “anomalie” sono essenziali: lì, c’è qualcosa che diverrà una characteristica, non già un carattere ontologico o nichilista.” Una costante della psichiatria, come teoria e come prassi, è stata quella di partire sempre dal soggetto come scarto, da separare dalla società, da nascondere, da stigmatizzare, da reprimere in molte sue manifestazioni, da rettificare, da stigmatizzare, magari anche da “curare”, ma in un’accezione che prevede tutte le categorie sopra citate. Da qui il pregiudizio, l’ascolto giudicante, l’osservazione preconcetta, panottica, il contenimento, anche della parola, della voce, del gesto, come forma preminente d’intervento e spesso di pretesa “cura”. La cifrematica, fin dal suo sorgere, all’inizio degli anni Settanta, si è occupata di questioni nodali della clinica e della civiltà come quelle del disagio, della follia, della cosiddetta “malattia mentale”, della manicomialità. Come detto, attraverso l’organizzazione di convegni e di congressi internazionali, la pubblicazione di libri, il contatto ininterrotto con autori quali Thomas Szasz e Giorgio Antonucci, Jean Oury, Max Beluffi, Eugenio Borgna, il coinvolgimento di altri come Ronald Laing e David Cooper, il mantenimento di un dibattito costante intorno alla questione, dibattito che ha prodotto a sua volta ulteriori scritti da parte di esponenti della cifrematica, e formatisi con essa. Tra le molte questioni affrontate in questi congressi internazionali, citiamo solamente La follia, Follia e società segregativa, Sessualità e politica, Medicina e umanità, Il cervello, il tema “follia” ha sempre occupato un posto di rilievo. È stata messa in questione tutta la costellazione di attribuzioni negative con cui la psichiatria, ma anche la cosiddetta società civile degli stati nazionali europei e nordamericani, e soprattutto il “luogo comune”, hanno contrassegnato nei secoli questo lessema, insieme a quelli di “pazzia” e di “alienazione”. Invece la cifrematica non ha mai considerato chi si rivolge a essa come scarto sociale o educativo da escludere o da collocare in qualche categoria protetta, o “semplicemente” da consolare. O da considerare come conseguenza di un “cervello rotto” – definizione in auge negli anni Settanta del secolo scorso – da riparare, in questo caso quindi da inviare a qualche neuropsichiatra affinché possa individuare lo psicofarmaco “riparatore” giusto. Oppure, non considerare in termini di deficit la grande “questione del disagio” nelle varie età, da quelle infantili a quelle più avanzate, ormai ubiquitaria in tutto il cosiddetto Occidente e con infinite sfumature e possibili cause, se le si vogliono trovare, comprese quelle familiari, educative, sociali, di condizioni economiche e lavorative. Soprattutto, e ciò vale in questo momento soprattutto per bambini e adolescenti, non fissare momenti di disagio a “malattie” predefinite (magari dai citati acronimi e registri categoriali) che possono accompagnarli per tutta la vita. Perché la questione rimane quella della “malattia mentale”. Questione introdotta da oltre tre secoli, mantenuta dalla maggior parte delle teorie e delle pratiche psichiatriche, ad eccezione, forse, della fenomenologia, tenuta a distanza dalla psicanalisi, ma con persistenti timidezze, ma che non è mai stata validata in modo definitivo, nemmeno dai criteri di giudizio medici tradizionali. Tant’è vero che in ciascuna nuova edizione di DSM molte categorie nosografiche scompaiono, altre vengono introdotte. La cifrematica non ha come obiettivo quello di negare la cosiddetta “malattia mentale”, e logicamente nemmeno quello di sostenerla, ma piuttosto quello di non comprenderla nella sua ricerca teorica e clinica né d’introdurla o di enfatizzarla nell’itinerario di chi si rivolge a essa. Obiettivo è piuttosto quello d’individuare e di valorizzare i talenti che ciascuno ha, a cominciare dalla parola e indipendentemente dal giudizio o dal pregiudizio che gli può essere stato precedentemente assegnato, e di far sì che il percorso di vita di ciascuno diventi un progetto di vita e sia rivolto alla cifra che lo concerne, che non esclude mai la salute e il piacere.